Author Archives: Massimo

Henrik Stenson sul tetto del mondo

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Jumeirah Golf Estate, Dubai.
Dopo 72 emozionanti buche si è conclusa la Race to Dubai per il 2013.

I nostri complimenti e ammirazione vanno a Henrik Stenson, che con 263 colpi totali (-25 per il torneo: 68-64-67-64) si aggiudica il primato sullo European Tour.
A nulla sono valsi gli sforzi di giocatori del calibro di Luke Donald, Lee Westwood, Justin Rose, Rory McIlroy e Ian Poulter, il quale non può che imporsi in seconda posizione con ben 6 colpi di distanza dallo Svedese.
Diamo un po’ di numeri: solo due bogey in quattro giornate (alla 18 del primo giro e alla 10 del terzo), 25 birdie e un eagle all’ultima buca della stagione.

Una prestazione entusiasmante che è il giusto coronamento di un anno formidabile per Stenson, il quale ha deciso di dividersi equamente tra tour europeo e statunitense (rispettivamente 17 e 18 presenze) ottenendo su entrambi i circuiti risultati sensazionali.
Contando solo i podii:
_ Shell Houston Open: 2°;
_ Aberdeen Asset Management Scottish Open: 3°;
_ THE 142nd OPEN CHAMPIONSHIP: 2°;
_ WGC – Bridgestone Invitational: 2°;
_ US PGA CHAMPIONSHIP: 3°;
_ Deutsche Bank Championship: 1°;
_ TOUR Championship by Coca-Cola: 1°;
_ DP WORLD TOUR CHAMPIONSHIP, DUBAI: 1°.

Ma, come il sito del PGA Tour tiene a sottolineare, Henrik Stenson diventa con oggi anche il detentore di un importantissimo record: si tratta infatti del primo giocatore ad imporsi sulla vetta dell’ordine di merito non solo in Europa, ma anche negli USA.
Con la nona posizione nella FedExCup, raggiunta dopo i 18 tornei disputati, l’accesso ai play-off dà al golfista svedese l’occasione di strappare il primo posto a Tiger Woods, altro incredibile protagonista della stagione americana con ben cinque vittorie.

Non è corretto, però, terminare con Woods.
L’unico, vero protagonista dell’intera stagione golfistica 2013 mondiale è e rimane Henrik Stenson, il nuovo numero 3 del ranking mondiale.

Rush: Niki Lauda, James Hunt e la mia voglia di realtà

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Voglia di qualcosa di vero, reale e concreto. Voglia di storia.
Dopo un non troppo velato scetticismo nei confronti del nuovo prodotto del grande Ron Howard, posso dire con certezza che mi ha lasciato ottimamente soddisfatto.

120 minuti spaccati e mai una volta che il film vada sottotono. Un venerabile regista (ma ancora mi è difficile perdonargli quella porcheria di Angeli e demoni), due buoni attori – la coppia Brühl-Hemsworth – e una storia tragica ma avvincente, a sprazzi forse connotata troppo negativamente. Senza dimenticare poi i colpi di scena: tralasciando il fatto che solo per poche persone (me compreso) i nomi di Niki Lauda e James Hunt dicessero ben poco prima di sedersi in poltrona, proviamo per un momento ad immaginarci in quegli anni ’70 in cui è ambientata la vicenda.

La Formula 1 non era ancora – oserei dire purtroppo – un concentrato di innumerevoli regole, limitatori di potenza e velocità e squalifiche, ma quasi corse all’ultimo sangue dove i piloti rischiavano la loro vita molto più di oggi, quando ormai non ci si avvicina nemmeno a quel 20% tanto chiamato in causa da Lauda (Daniel Brühl).
In questo quadro si inserisce l’infaticabile lotta per il primo posto del podio tra i due fenomenali piloti, che ebbe come conseguenza il tragico incidente di Niki Lauda, avvenuto il 1° Agosto del 1976 al Nürburgring, il pericolosissimo circuito che quell’anno ospitava il Gran Premio di Germania: per più di un minuto Lauda fu prigioniero delle fiamme nell’abitacolo della monoposto, che lo lasciarono gravemente sfigurato ed in pericolo di vita per altri quattro giorni.

Qualcuno potrebbe forse dire che si tratta di pochi e banali argomenti (due nemici-amici, una lotta per il primato e così via), ma, secondo me, perfettamente impressi sulla pellicola.
Non escludo che questo mio giudizio estremamente positivo provenga anche da un altro importante fattore: una riscoperta voglia di realtà, verità e storia.
Tra i miei amici sono giocosamente famoso per essere il classico amante di blockbuster da milioni di dollari, della serie basta-che-il-film-sia-pieno-di-effetti-speciali. Alla Tranformers, per intenderci.
Ho avuto per una sera, però, il piacere di riassaporare la sensazione di non usare due ore della mia vita solo per svago, ma anche – e soprattutto – per arricchire la mia conoscenza di un pezzo di storia che altrimenti, da persona per nulla appassionata di Formula 1, sarebbe rimasto nell’ombra.

Nomi, date, incontri, momenti, fotografie, persino le tragedie raccontate: tutto vero. Magari leggermente romanzato, drammatizzato o esasperato, ma pur sempre tutto vero!

By Anefo / Croes, R.C. / neg. stroken, 1945-1989, 2.24.01.05, item number 928-0061 [CC-BY-SA-3.0-nl (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/nl/deed.en)], via Wikimedia Commons
Niki Lauda (secondo – Ferrari), James Hunt (vincitore – Hesketh), Clay Regazzoni (terzo – Ferrari)
sul podio del Gran Premio di Olanda nel 1975.

Seve Trophy by Golf+: nel 2013 gli italiani Manassero e Molinari riportano il trofeo sul continente

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Sul campo parigino di Saint-Nom-La-Bretèche si è conclusa ieri l’ottava edizione del torneo istituito nel 2000, che prende il suo nome dal grandissimo Severiano Ballesteros, icona di questo sport negli anni ’80 e ’90 e prematuramente scomparso nel maggio del 2011.

Il torneo ripropone di poco variato il format match-play della Ryder Cup, con cui condivide (seppur sfasata) anche la cadenza biennale: si sono infatti giocati sulle quattro giornate da giovedì a domenica dieci match di fourballs (giovedì e venerdì), otto match foursomes (suddivisi tra la mattinata e il pomeriggio di sabato) e dieci singoli, in cui si sono scontrate le due squadre dell’Europa continentale capitanata da José María Olazábal (T. Björn, G. Bourdy, N. Colsaerts, G. Fernandez-Castaño, M. Ilonen, M.A. Jiménez, J. Luiten, M. Manassero, F. Molinari, T. Olesen) e dell’Europa insulare – Gran Bretagna e Irlanda – capitanata da Sam Torrance (P. Casey, J. Donaldson, S. Gallacher, T. Fleetwood, S. Jamieson, S. Kahn, P. Lawrie, D. Lynn, M. Warren, C. Wood).
Assenti i grandi nomi proprio per la compagine insulare – Donald, McDowell, McIlroy, Rose, Westwood – per non aver disputato abbastanza tornei validi per la qualificazione al Seve Trophy (dal Nelson Mandela Championship all’Open d’Italia): la loro scelta è infatti caduta per quest’anno sul tour americano.

Durante la prima giornata di fourballs, l’Europa continentale ha dominato con tre vittorie, una sconfitta e un pareggio: sono spiccate in tale quadro l’impressionante prestazione di Gonzalo Fernandez-Castaño e Nicolas Colsaerts, che hanno battuto per 5&3 la coppia Warren-Jamieson, e quella negativa di Thomas Björn e Miguel Angel Jiménez che non hanno saputo contrastare efficacemente gli inarrestabili Paul Lawrie e Stephen Gallacher che con cinque buche vinte totali (di cui tre nelle ultime nove buche) si sono aggiudicati il punto.

Quest’ultima coppia è stata però travolta da Fernandez-Castaño e Colsaerts durante il venerdì con un incredibile 6&5.
Ancora male, però, Jiménez e Björn che hanno dovuto cedere sotto gli attacchi dei molto in forma Donaldson e Warren.

Nessun risultato eclatante durante la terza giornata che si è conclusa con ben quattro vittorie di Gran Bretagna e Irlanda, tre dell’Europa continentale e un pareggio. Le due compagini si sono dunque trovate in perfetta parità: 9 a 9.

Domenica: ultima giornata.
L’infortunio di Simon Kahn, durante la sessione di pratica mattutina, gli ha precluso la possibilità di giocare il decimo incontro della giornata contro Francesco Molinari. A questo punto, il regolamento prevede che anche l’Europa continentale ritiri un proprio giocatore per permettere così il pareggio dell’incontro che non può essere cancellato: Thomas Björn, data la sua scarsa forma, è stato il volontario. Il suo avversario, Chris Wood, è così scalato contro l’italiano.

9 1/2 a 9 1/2.
Un solo pareggio: un molto opaco Fernandez-Castaño contro un altrettanto opaco Donaldson.
Tre vittorie per la squadra di Torrance: Fleetwood, Lawrie ed uno strepitoso Marc Warren contro il giovane Olesen.
Ben cinque punti per l’Europa continentale. Se si è rivelato molto equilibrato il match tra Nicolas Colsaerts e Paul Casey, chiusosi all’ultima buca, Miguel Angel Jiménez archivia il suo incontro con un influenzato David Lynn al par 4 della buca 14 con uno score di ben 5 colpi sotto par (6&4).
È però Grégory Bourdy, giocatore di casa, che, battendo Scott Jamieson per 4&3, si aggiudica l’importante record per questo torneo di primo giocatore a vincere cinque incontri su cinque.

E arriviamo agli italiani.
Buone prestazioni e un enorme miglioramento nel putt di Francesco Molinari non sono bastati perché il loro gioco potesse incisivamente portare punti all’Europa continentale: 1 punto e 1/2 su 5 disponibili nelle prime tre giornate. Troppo poco per quello a cui siamo stati abituati negli anni!
Ma il cuore dei nostri ragazzi non ci ha abbandonati: entrambi i loro singoli si sono conclusi positivamente al par 3 della buca 16. Matteo ha imbucato per il suo quarto birdie un putt perfetto da una distanza proibitiva proprio contro il miglior puttatore del torneo, lo scozzese Gallacher; mentre Francesco, grazie ad un tee-shot rischiosissimo ma perfettamente controllato, si è lasciato una ghiotta occasione di vittoria, puntualmente raggiunta.

L’ironia della sorte ha voluto che, come a Medinah l’anno passato, Francesco Molinari abbia avuto l’ultimo match contro due giocatori quasi omonimi, un certo Tiger Woods e Chris Wood, ed entrambe le volte Chicco non ha disatteso le aspettative riportando prima la Ryder Cup in Europa, e ora il trofeo di Severiano sul continente. Riprova della fiducia ben riposta del capitano Olazábal nella fibra del fantastico atleta azzurro.

Dalla prima edizione del 2000, tredici anni fa, l’Europa continentale non era più riuscita a riportare a casa il prestigioso trofeo: missione compiuta quest’anno e, lo si può dire, grazie al carattere dei nostri due italiani.
Chissà se da lassù qualcuno non ci abbia messo lo zampino…