Monthly Archives: Ottobre 2013

Halloween 2013: consigli sanguinolenti per intagliare una zucca… (vietato ai minori di 1 anno)

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Halloween 2013: Nashville, TN.

Rieccoci!
Dopo quasi tre settimane di assenza, dovuta ad un intenso viaggetto a Washington, DC (seguirà un post al riguardo), ci troviamo ora a Nashville, sul punto di sperimentare il nostro primo vero HALLOWEEN americano.

Così, la prima cosa che abbiamo dovuto fare per vivere appieno tale esperienza è stata intagliare una zucca!

E allora abbiamo pensato: perché non usare le nostre foto per comporre una superveloce, last-minute guida per intagliare una zucca?

Procediamo!

1. Prima di tutto: raccogliete tutti i vostri attrezzi per intagliare una zucca (se non ne avete, potete tranquillamente usare i vostri coltelli da cucina ed un cucchiaio) e ponete la vostra zucca su un sacchetto della spazzatura o qualcosa che si possa poi gettare via o lavare.

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2. Rimuovete la parte superiore della zucca e tenetela da parte (fate attenzione, però, al cane mangia-zucca).

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3. Estraete tutto l’interno filamentoso con il cucchiaio (e forse un po’ puzzolente).

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4. Appoggiate la vostra traccia (potete disegnarla o scaricarla gratuitamente ovunque su internet) sulla parte di zucca che preferite, fissatela con nastro adesivo o tenetela ferma, e incidete il contorno attraverso la carta con qualcosa di appuntito (attenzione alle vostre dita: non volete di certo che la vostra zucca ne sgranocchi una).

                    
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5. Intagliamo la zucca! Una volta fatto, spingete all’interno i pezzi che volete rimuovere.

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6. Pulite i contorni interni del disegno per rendere la vostra zucca bella pronta per il suo gran giorno!

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7. Ammirate la vostra creazione e fatela brillare ponendo al suo interno una candela!!!

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AUGURIAMO UN ORRIDO HALLOWEEN A TUTTI!!!

Rush: Niki Lauda, James Hunt e la mia voglia di realtà

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Voglia di qualcosa di vero, reale e concreto. Voglia di storia.
Dopo un non troppo velato scetticismo nei confronti del nuovo prodotto del grande Ron Howard, posso dire con certezza che mi ha lasciato ottimamente soddisfatto.

120 minuti spaccati e mai una volta che il film vada sottotono. Un venerabile regista (ma ancora mi è difficile perdonargli quella porcheria di Angeli e demoni), due buoni attori – la coppia Brühl-Hemsworth – e una storia tragica ma avvincente, a sprazzi forse connotata troppo negativamente. Senza dimenticare poi i colpi di scena: tralasciando il fatto che solo per poche persone (me compreso) i nomi di Niki Lauda e James Hunt dicessero ben poco prima di sedersi in poltrona, proviamo per un momento ad immaginarci in quegli anni ’70 in cui è ambientata la vicenda.

La Formula 1 non era ancora – oserei dire purtroppo – un concentrato di innumerevoli regole, limitatori di potenza e velocità e squalifiche, ma quasi corse all’ultimo sangue dove i piloti rischiavano la loro vita molto più di oggi, quando ormai non ci si avvicina nemmeno a quel 20% tanto chiamato in causa da Lauda (Daniel Brühl).
In questo quadro si inserisce l’infaticabile lotta per il primo posto del podio tra i due fenomenali piloti, che ebbe come conseguenza il tragico incidente di Niki Lauda, avvenuto il 1° Agosto del 1976 al Nürburgring, il pericolosissimo circuito che quell’anno ospitava il Gran Premio di Germania: per più di un minuto Lauda fu prigioniero delle fiamme nell’abitacolo della monoposto, che lo lasciarono gravemente sfigurato ed in pericolo di vita per altri quattro giorni.

Qualcuno potrebbe forse dire che si tratta di pochi e banali argomenti (due nemici-amici, una lotta per il primato e così via), ma, secondo me, perfettamente impressi sulla pellicola.
Non escludo che questo mio giudizio estremamente positivo provenga anche da un altro importante fattore: una riscoperta voglia di realtà, verità e storia.
Tra i miei amici sono giocosamente famoso per essere il classico amante di blockbuster da milioni di dollari, della serie basta-che-il-film-sia-pieno-di-effetti-speciali. Alla Tranformers, per intenderci.
Ho avuto per una sera, però, il piacere di riassaporare la sensazione di non usare due ore della mia vita solo per svago, ma anche – e soprattutto – per arricchire la mia conoscenza di un pezzo di storia che altrimenti, da persona per nulla appassionata di Formula 1, sarebbe rimasto nell’ombra.

Nomi, date, incontri, momenti, fotografie, persino le tragedie raccontate: tutto vero. Magari leggermente romanzato, drammatizzato o esasperato, ma pur sempre tutto vero!

By Anefo / Croes, R.C. / neg. stroken, 1945-1989, 2.24.01.05, item number 928-0061 [CC-BY-SA-3.0-nl (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/nl/deed.en)], via Wikimedia Commons
Niki Lauda (secondo – Ferrari), James Hunt (vincitore – Hesketh), Clay Regazzoni (terzo – Ferrari)
sul podio del Gran Premio di Olanda nel 1975.

Agents of S.H.I.E.L.D., The Goldbergs e Trophy Wife: un occhio critico alle nuove serie di ABC

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Una delle cose che amo di più dell’autunno è il periodo delle première televisive: nuove serie, ancora fresche dell’inchiostro degli sceneggiatori, che si affannano per guadagnarsi la fiducia del loro pubblico. La mia opinione su molte di queste serie era già decisa alla fine dei vari episodi pilota, ma ho deciso di dare loro il beneficio del dubbio e aspettare per vedere quali altri assi avessero nelle maniche.

Essendo un’amante di serie TV, è necessario per me scegliere cosa meriti di essere seguito e cosa non è degno dello stesso privilegio. Ecco dunque le mie prime recensioni di tre novità firmate ABC.

Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D. è senza dubbio un inizio pieno di energia. Questa serie è tutta azione e puro intrattenimento. Phil Coulson, rappresentato dall’attore americano Clark Gregg, è magnetico e ha un sorriso contagioso di cui non ci si può non innamorare. Anche il resto del cast non è niente male, ma la serie non rientra nel mio genere. A volte sembra di guardare un mix tra Fringe e Heroes, con un pizzico di HomelandC.S.I. Inoltre, la scena finale dell’episodio pilota mi ricorda moltissimo Ritorno al futuro (Back to the Future). L’elemento migliore di questa serie è indubbiamente la rete di crossover di Marvel Cinematic Universe.
Detto questo, Agents of S.H.I.E.L.D. ha un pubblico piuttosto mirato: vedremo se si rivelerà come il suo punto di forza o la sua debolezza.

                                                              

The Golbergs è probabilmente la serie più deludente di quest’autunno.
Nonostante in teoria sembrasse una buona idea, nei fatti The Goldbergs non è altro che un’altra commedia famigliare. E piuttosto mediocre, oserei dire: un padre chiassoso e una madre indiscreta (che si intromette) con la classica figlia adolescente ed un perfetto idiota come figlio. Nemmeno gli altri due personaggi, il figlio minore e il nonno Pop, sono veramente originali. La serie non è altro che un déjà-vu, solo con colori più vivaci ed un’atmosfera anni ’80.
Sicuramente non regge il confronto con Modern Family e non riesce a sfruttare il fattore anacronistico a suo vantaggio, come l’ormai datato That ’70s Show.
Allora… perché guardarlo?

                                  

Sarebbe probabilmente l’unico motivo per cui terrei la tv sintonizzata su ABC durante The GoldbergsTrophy Wife non è la migliore serie in circolazione, ma sicuramente fa ridere. Nonostante la sceneggiatura sia ancora lontana dal livello di Modern Family (vincitrice di Emmy e Golden Globe e mio standard per le sitcom americane), i personaggi principali sono ben caratterizzati.
Il secondo episodio mi ha colpito molto di più. Non sopporto però la recitazione un po’ troppo patetica di Bailee Madison (già vista nel ruolo di giovane Biancaneve in C’era una volta – Once Upon a Time), nella quale non riesco proprio a vedere tutto questo talento.
Al contrario, Malin Åkerman è semplicemente FANTASTICA!!!
Un’ultima cosa: non lasciatevi scoraggiare dal titolo in apparenza negativo. Lee Eisenberg, produttore esecutivo della serie, ha spiegato: «Abbiamo sempre inteso il titolo in senso ironico».

                                        

Che dire di Lucky 7? Credo che ormai non abbia più senso parlarne: è stato uno dei primi show ad essere stroncato. Giustamente, ritengo: i personaggi erano piatti, senza alcun appeal. Ma non ci ho messo molto a capire il vero problema: Lucky 7 era basato su una serie britannica.
Ora, una delle regole sacre della televisione è: se una serie tv ha un origine britannica, allora deve essere guardata nella sua versione originale. Garantisco, dopo non sarete più in grado di guardare un remake. La versione statunitense sopravvive raramente. Lucky 7 ne è la prova.

Hart of Dixie 3×01 – Who Says You Can’t Go Home

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‘I brought bagels!’

Questa serie è fantastica: calorosa, felice, solare e con il meraviglioso accento degli Stati Uniti meridionali. Come può non piacere?

Ho adorato ogni minuto della prima serie, ma la seconda è stata piuttosto deludente: Zoe e George si sono instupiditi e il cliché del trangolo amoroso ha perso tutto il suo fascino, almeno per me. Ma dato che tutti gli altri elementi sono sempre rimasti presenti, ho continuato a guardala. Inoltre, Annabeth Nass si è rivelata un’ottima aggiunta e Lemon Breeland mi ha conquistato: il suo sviluppo narrativo è stato così positivo da farla diventare uno dei miei personaggi televisivi preferiti di tutti i tempi.

Attenzione: spoiler!

Dal momento che la prima puntata di una serie TV crea l’atmosfera per tutto ciò che seguirà, ho riversato moltissime aspettative in HD 3×01. E ho fatto bene. A dire il vero, all’inizio sono rimasta un po’ sorpresa dal nuovo Joel, interpretato da Josh Cooke. Mi spiace dirlo ma questo attore mi da i brividi, forse perché l’ho visto in Dexter, e proprio non mi piace questo punta newyorchese nel bel mezzo di quest’Alabama da sogno. Sono anche entrata un po’ in panico non vedendo Kaitlyn Black, ossia Annabeth, ma ho tirato un sospiro di sollievo quando ho scoperto che è diventata parte del cast principale per la terza stagione.

Sono ancora incerta su cosa aspettarmi da Zoe o da George e spero che questa volta Tansy se ne stia da parte. Per quanto riguarda Jaime King, penso proprio che le sarà concesso molto spazio e che, incrociamo le dita, buona parte di questo sarà condiviso con Wade.
A chi non piacerebbe un po’ di Lemonade in un clima così estivo?

‘Lemon Breeland, you are certifiably insane. You need a 12-step program for shenanigans addicts. But I appreciate the thought, all right?’

Seve Trophy by Golf+: nel 2013 gli italiani Manassero e Molinari riportano il trofeo sul continente

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Sul campo parigino di Saint-Nom-La-Bretèche si è conclusa ieri l’ottava edizione del torneo istituito nel 2000, che prende il suo nome dal grandissimo Severiano Ballesteros, icona di questo sport negli anni ’80 e ’90 e prematuramente scomparso nel maggio del 2011.

Il torneo ripropone di poco variato il format match-play della Ryder Cup, con cui condivide (seppur sfasata) anche la cadenza biennale: si sono infatti giocati sulle quattro giornate da giovedì a domenica dieci match di fourballs (giovedì e venerdì), otto match foursomes (suddivisi tra la mattinata e il pomeriggio di sabato) e dieci singoli, in cui si sono scontrate le due squadre dell’Europa continentale capitanata da José María Olazábal (T. Björn, G. Bourdy, N. Colsaerts, G. Fernandez-Castaño, M. Ilonen, M.A. Jiménez, J. Luiten, M. Manassero, F. Molinari, T. Olesen) e dell’Europa insulare – Gran Bretagna e Irlanda – capitanata da Sam Torrance (P. Casey, J. Donaldson, S. Gallacher, T. Fleetwood, S. Jamieson, S. Kahn, P. Lawrie, D. Lynn, M. Warren, C. Wood).
Assenti i grandi nomi proprio per la compagine insulare – Donald, McDowell, McIlroy, Rose, Westwood – per non aver disputato abbastanza tornei validi per la qualificazione al Seve Trophy (dal Nelson Mandela Championship all’Open d’Italia): la loro scelta è infatti caduta per quest’anno sul tour americano.

Durante la prima giornata di fourballs, l’Europa continentale ha dominato con tre vittorie, una sconfitta e un pareggio: sono spiccate in tale quadro l’impressionante prestazione di Gonzalo Fernandez-Castaño e Nicolas Colsaerts, che hanno battuto per 5&3 la coppia Warren-Jamieson, e quella negativa di Thomas Björn e Miguel Angel Jiménez che non hanno saputo contrastare efficacemente gli inarrestabili Paul Lawrie e Stephen Gallacher che con cinque buche vinte totali (di cui tre nelle ultime nove buche) si sono aggiudicati il punto.

Quest’ultima coppia è stata però travolta da Fernandez-Castaño e Colsaerts durante il venerdì con un incredibile 6&5.
Ancora male, però, Jiménez e Björn che hanno dovuto cedere sotto gli attacchi dei molto in forma Donaldson e Warren.

Nessun risultato eclatante durante la terza giornata che si è conclusa con ben quattro vittorie di Gran Bretagna e Irlanda, tre dell’Europa continentale e un pareggio. Le due compagini si sono dunque trovate in perfetta parità: 9 a 9.

Domenica: ultima giornata.
L’infortunio di Simon Kahn, durante la sessione di pratica mattutina, gli ha precluso la possibilità di giocare il decimo incontro della giornata contro Francesco Molinari. A questo punto, il regolamento prevede che anche l’Europa continentale ritiri un proprio giocatore per permettere così il pareggio dell’incontro che non può essere cancellato: Thomas Björn, data la sua scarsa forma, è stato il volontario. Il suo avversario, Chris Wood, è così scalato contro l’italiano.

9 1/2 a 9 1/2.
Un solo pareggio: un molto opaco Fernandez-Castaño contro un altrettanto opaco Donaldson.
Tre vittorie per la squadra di Torrance: Fleetwood, Lawrie ed uno strepitoso Marc Warren contro il giovane Olesen.
Ben cinque punti per l’Europa continentale. Se si è rivelato molto equilibrato il match tra Nicolas Colsaerts e Paul Casey, chiusosi all’ultima buca, Miguel Angel Jiménez archivia il suo incontro con un influenzato David Lynn al par 4 della buca 14 con uno score di ben 5 colpi sotto par (6&4).
È però Grégory Bourdy, giocatore di casa, che, battendo Scott Jamieson per 4&3, si aggiudica l’importante record per questo torneo di primo giocatore a vincere cinque incontri su cinque.

E arriviamo agli italiani.
Buone prestazioni e un enorme miglioramento nel putt di Francesco Molinari non sono bastati perché il loro gioco potesse incisivamente portare punti all’Europa continentale: 1 punto e 1/2 su 5 disponibili nelle prime tre giornate. Troppo poco per quello a cui siamo stati abituati negli anni!
Ma il cuore dei nostri ragazzi non ci ha abbandonati: entrambi i loro singoli si sono conclusi positivamente al par 3 della buca 16. Matteo ha imbucato per il suo quarto birdie un putt perfetto da una distanza proibitiva proprio contro il miglior puttatore del torneo, lo scozzese Gallacher; mentre Francesco, grazie ad un tee-shot rischiosissimo ma perfettamente controllato, si è lasciato una ghiotta occasione di vittoria, puntualmente raggiunta.

L’ironia della sorte ha voluto che, come a Medinah l’anno passato, Francesco Molinari abbia avuto l’ultimo match contro due giocatori quasi omonimi, un certo Tiger Woods e Chris Wood, ed entrambe le volte Chicco non ha disatteso le aspettative riportando prima la Ryder Cup in Europa, e ora il trofeo di Severiano sul continente. Riprova della fiducia ben riposta del capitano Olazábal nella fibra del fantastico atleta azzurro.

Dalla prima edizione del 2000, tredici anni fa, l’Europa continentale non era più riuscita a riportare a casa il prestigioso trofeo: missione compiuta quest’anno e, lo si può dire, grazie al carattere dei nostri due italiani.
Chissà se da lassù qualcuno non ci abbia messo lo zampino…

Il primissimo post

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Eccoci qua!

Il blog è in piedi, anche se c’è ancora molto da fare:

ogni post verrà assegnato ad una categoria specifica e presto troverete anche pagine complete

Ma abbiamo troppa voglia di pubblicare qualcosa, perciò…

let’s get blogging!!!